La  chiesa della Confraternita dell’Addolorata sorge nel largo omonimo, in prossimità del Calvario, alla periferia orientale dell’abitato di Vitigliano, frazione di Santa Cesarea.
Non sappiamo molto circa la denominazione e l’articolazione architettonica originarie: le immagini dei Santi Pietro e Paolo, dipinti entro le due edicole del portale di accesso e la notizia di antichi pellegrinaggi compiuti presso la chiesa, con relativi ambienti destinati all’accoglienza dei pellegrini esistenti al piano terra di palazzo Ciullo, ci confermano di un’antichità e di una rilevanza del monumento tutte da scoprire e certamente precedenti la fabbrica attuale.
Questa, orientata da ovest ad est come le antiche chiese bizantine e realizzata in conci a vista di pietra leccese o carparo, presenta fasi costruttive di epoche differenti; se ne possono riconoscere agevolmente una più antica risalente al XVII secolo ed una più recente della fine del XVIII.
L’allungamento del vano presbiteriale, la realizzazione della sacrestia e, soprattutto, la presenza dei rinfianchi alle volte che coinvolgono le intere pareti laterali per meglio contrastare le spinte delle coperture, sono elementi che dimostrano le trasformazioni radicali subite nel tempo dalla fabbrica la cui configurazione originaria ci risulta al momento sconosciuta.
Ignoriamo persino se l’impianto sia coevo alle strutture murarie o preesistente alle stesse.
L’intero porta i segni di recenti ristrutturazioni che hanno impoverito l’invaso rendendolo anonimo e senza quei caratteri distintivi di un edificio sacro confraternale: distrutte le decorazioni murarie, il pavimento, gli infissi, gli stalli e gran parte dell’archivio dei confratelli.
I soli arredi sopravvissuti risultano la cantoria con l’organo ed i tre altari, ultima testimonianza di una tradizione religiosa e di un culto giunti fino ai nostri giorni.
L’altare di sinistra, collocato, come quello di fronte, entro un’arcata poco profonda, è dedicato a San Michele Arcangelo, antico protettore del paese.
L’immagine del Santo, raffigurato su una tela di discreto pennello salentino della fine del XVIII secolo, riprende un’iconografia molto diffusa in Terra d’Otranto dopo la Controriforma; è incassato entro una cornice in stucco che forma una modesta alzata di gusto tardo barocco.
L’altro altare laterale dedicato a Sant’Eligio, protettore degli animali da soma, si presenta con una pala di qualità più sostenuta riconducibile alla mano di un altro pittore salentino  che qui si dimostra più felice ed equilibrato nella scelta dei colori e nell’impostazione del disegno resa più autonoma e gradevole rispetto a quella dell’autore del San Michele.
Dedicato alla Madonna della Pietà, titolare della chiesa e della Confraternita (il cui nome originario era Confraternita della Vergine dei Dolori o della Pietà), l’altare maggiore si trova addossato al muro perimetrale dell’area del presbiterio. Anticamente si trovava collocato in posizione più avanzata rispetto all’aula liturgica e chiudeva lo spazio di un modesto vano riservato all’officiante.
Quando l’aula venne allungata l’altare, smontato, fu arretrato; ma l’operazione non fu indolore perché venne sacrificata la mensa originaria e al suo posto ne fu realizzata un’altra moderna, ispirata ai nuovi modelli marmorei tanto in voga in quel momento.
La dimensione di questo manufatto si estende per tutta l’altezza del muro di appoggio e si allarga con l’apertura dei capialtare più stretta rispetto ad esemplari della stessa tipologia.
Ciò che attrae della qualità di quest’opera d’arte, felicemente espressa nella macchina dell’ancona, è la diversa fattura sul piano della composizione e del modellato esecutiva e gusto della creatività.
E il valore risulta ancor più ammirevole se si tiene conto della diversa cronologia che caratterizza l’opera. Le fasi di intaglio  e completamento nella configurazione definitiva dell’altare comprendono quasi l’intero secolo XVIII: nel 1709 viene realizzata, in pietra leccese, l’ancona fino al cornicione, con l’incasso trilobato contenente il dipinto della pietà, nel 1775 fu aggiunto il fastigio, in stucco, col rifacimento del cartiglio e della relativa epigrafe dove si legge il nome del canonico Ciullo committente dell’opera.
Gli artisti che scolpirono l’altare dovevano essere provetti scalpellini divenuti poi scultori e conoscevano tutti i segreti della pietra leccese al punto tale che riuscirono a decorare questa
materia – notoriamente insensibile a qualunque trattamento diretto sulla superficie levigata – con colori che hanno resistito al tempo e alle devastazioni dell’uomo.
La loro formazione culturale doveva essere molto vicina a quella delle botteghe copertinesi e, comunque, non erano digiuni neppure di esperienze di apparati effimeri realizzati nelle chiese o all’aperto. In particolare dovevano avere molta familiarità con l’uso dello stucco: le colonne tortili, intrecciate a festone con figure zoomorfe e fitomorfe ne sono la prova lampante più dello stesso fastigio.
Altro elemento dell’altare di particolare rilevanza è il colore recuperato in gran parte durante il restauro; ricopre ancora l’intera superficie della macchina e si presente in discreto stato di conservazione.
Sono ancora percepibili i valori delle tonalità naturali che decorano le sculture ed i fondi: verde, rosato, ocra e azzurro, soprattutto; cromie che paiono formate con pigmenti quasi puri tanta è la loro vivacità e, nelle zone più integre, lucentezza.
L’azzurro, poi, che prepondera su tutti gli altri suscita effetti di particolare delicatezza e raffinatezza.
Al contrario la mensa si presenta priva di colore in ossequio, forse, all’estetica toscaneggiante in voga nel periodo di esecuzione posto a cavallo tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX.
Questa parte dell’altare si presenta come un blocco rigido, con decorazione molto geometriche e lineari; in sostanza, freddo. Lo sforzo dell’anonimo scalpellino che la eseguì fu probabilmente rivolto a riprodurre esemplari aulici di grandi cattedrali realizzati in marmo come, ad esempio, quello realizzato a Lecce nella chiesa di S. Antonio della piazza (detta anche di S. Giuseppe) da Eugenio Maccagnani proprio allora impegnato nella realizzazione dell’Altare della Patria a Roma.
Il recente altare, realizzato da un giovane artista del luogo in pietra leccese, Virgilio Pizzoleo, adegua lo spazio presbiteriale alle esigenze di culto dettate dalle norme conciliari ed apporta un tocco di modernità alla vetustà dell’ambiente liturgico.
Dell’immagine della Madonna della Pietà esiste una copia su tela trilobata, di primo ottocento, appesa sulla parete destra ed eseguito probabilmente dallo stesso artista che aveva dipinto il grande lunettone della Crocifissione che sovrasta l’aula in prossimità della volta nel punto in cui questa si innesta al vano posteriore aggiunto per allargare il presbiterio.

 

Annunziata Pispico
Direttore Sanitario
Terme di santa Cesarea S.p.A.

Fonte delle notizie: dottor Giovanni Giangreco,
Sopraintendenza per i B.A.A.A.S.
Centro Operativo di Lecce

LEGENDA

Carparo:  calcarenite tufacea emersa dal letto
marino milioni di anni fa, insieme alla pietra
leccese costituisce una ricchezza propria del Salento.
E di questa terra conserva il colore nell’aspetto dei
Toni dorati del giallo delle superfici.

Capialtare: parti estreme dell’altare che lo
delimitano dai due lati e ne segnano il punto
di massima larghezza.

Ancòna: tavola dipinta o scolpita posta a decorazione
Di un altare; il termine deriva dal greco eikonòs
Che significa immagine sacra da cui è scaturita
Anche la parola icona.

Fastigio: parte alta di un edificio, in questo caso,
dell’altare, frontone; dal latino fastigium.

Macchina: complesso di più parti che concorrono
A formare una composizione unica.

Cromìa: tonalità di colore.

Pigmento: sostanza colorata, organica o inorganica,
naturale o artificiale; in arte serve a fabbricare vernici.